ψευδοραμα (pseudorama)

Art

Description

Opera Finalista del concorso Un’opera per il Castello 2016
Pseudoramaè un’opera progettata per unire idealmente e visivamente quattro musei del Polo che si trovano ai 4 punti cardinali. Partendo da Castel Sant’Elmo che rappresenta un punto centrale, ho scelto quattro luoghi altrettanto panoramici, dotati anch’essi di una posizione geograficamente privilegiata e che fossero posizionati in maniera diametralmente opposta sulla mappa. I musei del Polo che hanno queste caratteristiche sono il Museo Archeologico dei Campi Flegrei (Castello di Baia), Il Museo Archeologico Nazionale del Sannio Caudino (Castello di Montesarchio),la Certosa di San Giacomo a Capri e la Reggia di Carditello.
Posizionerò sulla terrazza del castello quattro finti binocoli panoramici puntati in direzione dei quattro musei scelti, i binocoli però invece di ingrandire la realtà antistante, mostreranno il panorama che si vedrebbe se ci si trovasse in un altro dei quattro luoghi. Vi è quindi un inganno e uno spiazzamento sulla visione del panorama che diventa uno pseudoramadal greco pseudos (inganno) orama (vista) ovvero una finta veduta. Il titolo si riferisce infatti all’illusione legata all’aspettativa di vedere il panorama e di trovarsi invece davanti ad un’altra immagine, altrettanto reale, ma che non corrisponde alla realtà geografica. Questo in effetti è il principio della realtà virtuale: creare una visione ingannevole che presenta, in maniera tridimensionale, uno scenario virtuale o meglio uno scenario realmente esistente, ma geograficamente dislocato. Partendo dal tema del concorso “Uno sguardo altrove. Relazioni e incontri” ho voluto soffermarmi sul concetto di connessione ideale tra diversi luoghi. Poiché viviamo in un’epoca in cui il web e le nuove tecnologie hanno azzerato le distanze, ho deciso di costruire un’opera che parte da due tecnologie antiche e ormai quasi in disuso, come il binocolo panoramico e la stereoscopia, per creare un’illusione visiva che potesse essere vissuta dal pubblico. Lo spettatore infatti ha un ruolo fondamentale nella riuscita dell’opera, in quanto è il suo guardare che svela l’inganno dellopseudorama.
I quattro finti binocoli panoramici saranno posizionati sulla terrazza, in corrispondenza della direzione geografica dei musei che intendono mostrare e quindi in quattro punti diametralmente opposti; si troveranno davanti alle balaustre, come se fossero dei veri binocoli usati per osservare il panorama antistante.
La struttura del binocolo sarà realizzata in ferro e plexiglas in modo da essere stabile e resistente alle intemperie, ma invadendo visivamente il meno possibile l’architettura della terrazza del castello. La base del binocolo e la colonna saranno in ferro per aumentare la stabilità e per rendere la base ancorata al pavimento. La parte superiore del binocolo sarà in plexiglas trasparente in modo da far entrare la luce necessaria a visionare le fotografie all’interno. Il binocolo sarà composto da due lenti che serviranno per guardare la fotografia posta sul fondo, ovvero un’immagine stereoscopica di un diverso panorama e da un divisorio che creerà una visione tridimensionale della veduta. L’immagine qui sotto è un esempio di veduta stereoscopica del panorama che si vede dal Castello di Baia. La stereoscopia che è stata inventata nel 1832 è una tecnica di visione e creazione di immagini atta a dare l’illusione della tridimensionalità.
Ciò che permette ai nostri occhi di percepire la realtà a tre dimensioni, è la visione binoculare: gli occhi vedono lo stesso soggetto da due posizioni differenti (a distanza di circa 6 cm l’una dall’altra) e semplicemente sovrapponendo le due immagini il cervello può elaborare la profondità.
Per poter riprodurre l’effetto proprio della visione binoculare è perciò necessario creare un’immagine stereoscopica, composta da due immagini simili ma con prospettive diverse, che danno alla mente l’illusione di guardare una scena tridimensionale. Le due immagini del medesimo soggetto dovranno essere riprese dalla stessa distanza, ma scostate lateralmente con uno scarto pari alla distanza binoculare. In questo modo si creerà un’immagine a stereoscopia naturale che potrà essere guardata attraverso la libera visione, ovvero la capacità innata di visualizzare uno stereogramma senza l’ausilio di uno stereoscopio. La struttura del finto binocolo che ho progettato, attraverso la separazione dei due occhi, renderà automaticamente tridimensionale l’immagine che si trova sul fondo.
Questo è infatti quello che accadeva con i primi visori stereoscopici che si avvalevano della visione binoculare, essi erano semplicemente composti da un divisorio che permetteva ad ognuno dei due occhi di vedere soltanto l’immagine ad esso destinata. Usufruendo di una coppia di stampe fotografiche su cartoncino, su vetro o pellicola fotografica diapositiva, illuminate per luce riflessa si rendeva possibile la tridimensionalità della veduta.
Ho scelto di utilizzare la stereoscopia perché è la tecnologia da cui gli scienziati stanno partendo per sviluppare i visori della realtà virtuale.
La realtà virtuale, per sua stessa definizione, simula la realtà effettiva e questo è esattamente l’intento della mia opera. La creazione dello pseudorama ovvero di una finta vista, simula la visione che si avrebbe se invece di essere sulla terrazza di Castel Sant’Elmo ci trovassimo sul Castello di Baia o di Montesarchio, alla Certosa di Capri o alla Reggia di Carditello. Ovviamente la sensazione esperienziale è limitata alla sola vista e non comprende gli altri sensi, inoltre è rappresentata da un’immagine statica e non rende quindi nemmeno la percezione del movimento. Ciò che è importante in questa esperienza è la forte componente illusoria e di spiazzamento, in quanto la visione proposta non corrisponde con l’aspettativa che ha chi si approccia ad un binocolo panoramico. In un momento in cui si tende a guardare il mondo attraverso un display e la corsa alla costruzione di visori per la realtà virtuale è diventata sfrenata, il mio tentativo attraverso questa opera è proprio quello di svelare l’illusione e mostrare che nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’immaginazione.