Necropoli

A sud del futuro sorgono i cimiteri.
Luogo di memorie disperse e ossidate, serene. Disposte in pallide file di marmi e date precise, come intervalli di eternità.
Dorsi di terra intramondana ma desolata, dove camminano come tra crocicchi di vicoli muti e fioriti gli sguardi rispettosi di noi visitatori, noi dispersi tra queste ombre, incapaci di rendere conto del deserto che stiamo attraversando.
Solo le pietre sono custodi silenziose del ricordo, ultime e da per sempre testimoni delle vite arse prima della nostra vita, le uniche disposte a vegliare il futuro nel luogo dell’anti-tempo. Un universo composto di lastre tombali, mausolei, una babele di nomi e date e piccoli ritratti, rinchiusi in ovuli di vetro piatto, che per un istante ridanno un volto alle pietre incise di lettere.
Ed ogni sguardo lasciato sulla lapide è uno squarcio nella quiete arrugginita, un passo al di là del mondo del suono e del senso verso il segreto del buio verso le radici del giorno, dove le assenze che svuotano il tatto sono folle di presenze mute, danzanti tra i cipressi.
Nella metamorfosi delle atmosfere crepuscolari tipiche del funerario in esplosioni silenziose, il chiarore e le ombre, mostrano le verticalità del significato velando le forme spurie che compongono le strutture tombali. Significato continuamente ricomposto e riorganizzato secondo l‘architettura della memoria, che trova una sintesi nella costruzione del suo proprio rovesciamento. Le lacerazioni di spazio e di tempo che Cristina Cusani propone sono insieme maestose e delicate, pervase da un’estetica tragica e catartica.
Nascono da un premuroso desiderio di vita queste immagini doppie, siamesi, che strappano all’ordine del numero spersonalizzante e alla geometrica fissità delle costruzioni la tregua bianca e rotonda d’un altro destino. Aperture di luce che dissacrano accarezzando, e deformano il reale costruendo una dimensione d’intensità proprio la dove parrebbe annullarsi. Sgombro dalla grammatica sterile del formalismo, è invece un occhio sognante, visionario quello che racconta i luoghi trasformandone i silenzi e riconduce gli oggetti alle loro possibilità d’essere.
Gesto audace, pittorico e disperato, capace di restituire al presente le forme divelte dal disordine del morire.

 

Flavio Balzano

In the south of the future cemeteries rise.
A place of dispersed and oxidized memories, peaceful. Lined up in pale rows of marbles and precises dates, as lapses of eternity.
Crests of worldly but bleak land, where the glimpse of us visitors, walk as if we were between crossroads of silent and flowering alleys; we are lost into these shadows, we are not able to explain the desert we are crossing.
Just the stones are quiet guardians of the remembrance, they are the lasts and since ever witnesses of lives burnt before our life; they are the only disposed to watch over the future in the place of the anti-time. A universe composed of graves and mausoleums; a babel of names and dates and small portraits, enclosed in ovules of flat glass, that for a moment return a face to the stones engraved in letters.
And every glance casted on the gravestone is a rip in the rusty quiet, a step beyond the sound and the sense toward the secret of the dark, toward the roots of the day, where the absences that empty the tact are crowds of dumb presences, dancing among the cypresses.
In the metamorphosis of the twilight atmospheres, typical of funerary, in silent explosions, the light and the shadows show the uprightness of meaning by veiling the spurious shapes that compose the tombstones structure. The meaning is continuously recomposed and reorganized following the architecture of memory, it find a synthesis in the building of its own reversal.  Cristina Cusani proposes rents of space and time that are both majestic and delicates, pervaded by a tragic and cathartic aesthetic.
These double images are born, siamese, from a caring desire of life; they tear from the order of the depersonalized number and from the geometrical fixity of buildings, the white and round  truce of another destiny.Glimmers of light that desecrate the real by caressing it and deform it by building a dimension of intensity just where it seams to nullify. The dreaming eye that tell the places is free from a sterile grammar, it is visionary; it transform the silences and bring back the objects to their own possibility of being.
The gesture is bold, pictorial and desperate, it is able to give back to the present the shapes wrecked from the disorder of dying.

Falvio Balzano

INFO

  • stampa ai sali d'argento
  • 40x40
  • Anno 2009
  • Edizione /5